DOVE È CASA

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Una lunga strada pianeggiante che dai templi porta fino ad Agropoli. A sinistra, distese di campi coltivati e in fondo le montagne e i paesini arroccatici sopra, che conteranno forse cento abitanti l’uno. A destra, la macchia mediterranea e i viali che sotto l’ombra della pineta conducono al mare. La sabbia fine e l’acqua sempre bassa, fino alle boe rosse.
Li conosco alla perfezione quei posti, quelle strade, le case, gli alberghi che si susseguono e le persone che ci vengono in villeggiatura.
Da bambina scorrazzavo in bicicletta per interi pomeriggi come una novella Cristoforo Colombo alla scoperta di nuove strade, scorciatoie, vialetti inesplorati. La missione produceva quotidianamente nuovi risultati e io tornavo a casa sempre molto fiera delle mie nuove conoscenze topografiche.
La vacanza all’epoca cominciava a metà Giugno, mia madre non lavorava e non appena le scuole chiudevano eravamo pronti a partire, e terminava agli inizi di Settembre, quando il paesino si svuotava, la malinconia sopraggiungeva, e perfino il mare, ora mosso e pericoloso, sembrava invitarci a tornare in città.
I mesi erano scanditi da piacevoli giornate tutte uguali, trascorse in spiaggia cercando di stabilire nuovi “record di apnea” in gara con mio fratello o cercando di convincere mia madre che non fosse necessario aspettare tanto a lungo dopo il pasto per fare un bagno, ripetendo pedissequamente la solida quanto empirica motivazione “vedi, gli altri sono andati a mare subito dopo aver mangiato eppure non sono morti!”. Non funzionava.
Pian piano anche il resto della famiglia riprese a venire a Paestum e le giornate si arricchirono di nuovi divertimenti. Ogni tanto il pomeriggio in bicicletta uscivano anche i miei zii con i loro bambini e quando capitava ci si spingeva fino alla zona archeologica, percorrendo strade un po’ più trafficate, e avvertendo quindi fortissima la sensazione di esser “grande”. Prendemmo l’abitudine di andare alle sagre, in quei paesini semi-disabitati che si riempiono giusto un mese l’anno, per l’occasione. Se si usciva lo si faceva tutti insieme, se si rimaneva a casa, ci si riuniva per chiacchierare e ridere fino alle lacrime.
Sono passati molti anni e noi, un tempo bambini, ora lì ci andiamo meno spesso, e con meno entusiasmo; il paesaggio e le “attrazioni” sono rimaste immutate ma noi no, e delle giostre gonfiabili che un tempo ci mandavano in visibilio, adesso non sappiamo più che farcene. Ma continuiamo ad andarci, tutti insieme, che sia Agosto o Aprile.
È come una piccola bolla in cui viviamo all’unisono, diversi corpi, diverse menti, ma con la voglia costante di stare insieme. Un piccolo paesino, in cui ogni luogo è raggiungibile in un paio di pedalate, le persone più care al mondo nella casa dall’altra parte della strada, e non c’è bisogno di essere invitati per andarci. Se si cucina qualcosa di particolarmente gradito, lo si divide. Se si ha voglia di andare a prendere un gelato, lo si comunica agli altri. Una piccola bolla trasparente in cui ciascuno fa quello che gli va, libero da qualsivoglia impegno e spogliato dei ruoli vestiti durante l’anno. Liberi eppure legati. Legati ma sempre liberi. In quel modo che solo l’affetto profondo può realizzare.

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Li percorro ancora quei viali, in bicicletta e talvolta di corsa, ma con l’intento ora meno nobile di perdere qualche grammo. La mattinata è dedicata alle serie tv, da vedere rigorosamente con mia cugina, e gli altri che vogliano unirsi. In spiaggia ci vado all’una e il bagno lo faccio quando voglio. Mio padre è addetto alla pianificazione delle sagre, delle quali ormai siamo dei veri esperti: andiamo solo in quelle più caratteristiche, o in cui si mangia di più e meglio. Le nonne, con le loro smanie e le loro piccole fissazioni, continuano ad allietare la nostra vita e basta un minimo accenno perché siano pronte a viziarci con qualche piatto succulento. Io e mio fratello in spiaggia ormai a stento ci incrociamo, ma non abbiamo smesso di divertirci insieme, anzi, non siamo mai stati così uniti. Nella piccola casa di Paestum dividiamo una stanza minuscola e talvolta mi diverto ad allungare la gamba dal mio letto al suo per provare ad accarezzarlo con i piedi: gli da molto fastidio e adoro ridere rumorosamente mentre cerca di staccarmelo quel piede.

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Non ci starei più a lungo di quanto ci sto, ma non potrei mai rinunciarci a questa piccola adorabile bolla che è casa. Un luogo in cui il tempo è sospeso, il wifi inesistente e la tv prende solo un paio di canali, ogni sera diversi.
Sono passati molti anni, molte cose sono cambiate, ma noi siamo ancora qui, tutti insieme, seduti sulle sdraio in giardino, a chiacchierare e ridere fino alle lacrime.

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